Alla scoperta delle origini e delle storie dietro le maschere di carnevale sarde
Variopinte, affascinanti, e talvolta spaventose, le maschere di carnevale tradizionali sarde sono un vero e proprio tributo alla storia e alla cultura millenaria dell’isola, intimamente intrecciate ad antiche leggende e miti pagani, e alle genti che su questo territorio hanno vissuto.
Il carnevale sardo, in dialetto Carrasegare (termine la cui etimologia sembrerebbe rimandare alla “carne viva da lacerare” che veniva consumava durante i rituali e le feste dionisiache per ricordare la morte del dio sbranato dai titani), è una delle festività più celebrate e attese sull’antica Isola di Ichnusa, un vero e proprio tripudio di colori e sapori. Leggendari sono infatti i dolci tipici del Carnevale sardo, semplici e, al tempo stesso, ricchissimi nella loro genuinità, spesso fritti e ricoperti con delizioso miele locale o zucchero, accompagnati da balli tradizionali e musiche ancestrali, che per alcune settimane diventano la colonna sonora delle piazze e delle strade, trasformando ogni angolo dell’isola in un vero e proprio palcoscenico.
Ma ciò che rende davvero unico questo periodo dell’anno sono le maschere tradizionali di Carnevale sarde, variopinte, affascinanti e talvolta inquietanti, tra le più antiche e suggestive del Mediterraneo. Ben lontane dalle allegre maschere del Carnevale di Venezia o dai carri festosi di Viareggio, quelle sarde affondano infatti le loro radici in rituali arcaici, in cui si mescolano elementi di superstizione, riti propiziatori e rappresentazioni simboliche della lotta esistenziale tra uomo e natura, del ciclo della vita e della morte e dunque della fertilità della terra e del perpetuo rinnovarsi dell’esistenza.
Attraverso questi artefatti, lontani dall’avere un mero fine estetico o di intrattenimento, viene dunque raccontato il mistero della trasformazione e della rinascita, l’eterno ritorno delle stagioni e il legame indissolubile tra l’essere umano e il cosmo. Un intreccio di tradizioni pagane e influenze agro-pastorali, dove la maschera diventa un mezzo per dialogare con le forze invisibili, per esorcizzare il male o per propiziare il ritorno della luce dopo il buio dell’inverno.
Al tempo stesso, ogni maschera carnevale racconta una storia e ha un significato ben preciso, che si esprime attraverso uno specifico simbolismo e una peculiare teatralità: i personaggi in maschera si muovono in cortei lenti e solenni, spesso accompagnati dal suono cupo e inquietante dei campanacci, mentre i loro abiti, realizzati con pelli di animale, tessuti grezzi e maschere di legno scolpito, sono frutto di un’arte antica e raffinata. I Mamuthones e gli Issohadores, figure simbolo del Carnevale di Mamoiada, ad esempio, mettono in scena un antico rito in cui i primi, carichi di pesanti campanacci, raffigurano in maniera simbolica il sacrificio e la sottomissione alla sorte, mentre i secondi, con il loro laccio, rappresentano il potere e il controllo sul destino; i Boes e Merdules di Ottana raffigurano invece la lotta eterna tra l’uomo e la bestia, con i Boes che incarnano la forza selvaggia e i Merdules che cercano di domarla; infine, i Thurpos di Orotelli, vestiti di scuro e con il volto annerito, evocano la dura vita dei contadini e dei pastori, simbolo di fatica e sopravvivenza.
Ancora oggi, nonostante il passare del tempo e l’evoluzione della società, le settimane del Carnevale sardo, precedute dai solenni fuochi di Sant’Antonio Abate della notte tra il 16 e il 17 gennaio, continuano ad affascinare e a richiamare migliaia di visitatori sull’Isola, desiderosi di immergersi in un’atmosfera carica di simbolismo e magia. Ecco un viaggio alla scoperta delle principali maschere Carnevale in Sardegna, il loro significato e la loro storia, per scoprire come figure straordinarie continuino a raccontare l’anima più autentica dell’isola, testimoniando la vitalità di un rito che continua a vivere con immutato vigore.
Le origini delle maschere Carnevale sardo, tra natura, superstizione e misticismo
Il Carrasegare, come viene chiamato in lingua sarda, affonda le sue radici in epoche remote e si collega a riti precristiani e dionisiaci, in cui la celebrazione della fine dell’inverno e il rinnovamento della vita erano momenti di fondamentale importanza per le comunità isolane, tradizionalmente incentrate sulla coltivazione di cereali, viti, olivi e ortaggi e sull’allevamento di pecore, capre e bovini, che fornivano risorse vitali per la sussistenza quotidiana delle famiglie e della comunità. Durante il periodo di Carnevale, l’energia vitale di queste forze naturali veniva invocata per garantire un’annata favorevole per tutta la collettività.
Questo periodo rappresentava, infatti, una fase di purificazione e di transizione, in cui si credeva che la protezione dalle forze oscure e la benedizione della terra fossero necessarie per assicurare un buon raccolto e la prosperità dell’intera comunità. Non a caso, il nome stesso Carrasegare sembra derivare dal latino carrus navalis, riferito ai festeggiamenti pagani che si svolgevano a bordo di carri rituali, oppure dalla più macabra interpretazione di “carne da lacerare”, in riferimento ai sacrifici animali che accompagnavano i culti della fertilità. Quest’ultima interpretazione si ricollega infatti ai suggestivi riti propiziatori praticati in epoche antiche per garantire il benessere della terra e degli animali e invocare un’annata all’insegna dell’abbondanza e della prosperità, cosa fondamentale in un’economia basata quasi totalmente sulle attività agro-pastorali.
Un’interpretazione differente, almeno in parte, dalla variante latina di carnem levare, dal quale deriverebbe l’italiano Carnevale, ovvero “togliere la carne”, in riferimento all’astinenza dal consumo di carne nella religione cristiana durante il periodo della Quaresima, che ha inizio proprio al termine del periodo carnevalesco, ma anche alla trasgressione e al capovolgimento delle regole tradizionali. Il Carnevale, infatti, non è solo un momento di preparazione spirituale per la Quaresima, ma rappresenta anche un periodo di liberazione dai vincoli quotidiani e dalle norme sociali, durante il quale si celebra la trasgressione, il rovesciamento delle gerarchie e il “perdono” delle azioni proibite, prima dell’inizio dei quaranta giorni di penitenza.
Indipendentemente dall’etimologia precisa del termine, l’origine delle maschere tradizionali sarde si perde nella notte dei tempi. Alcuni studiosi le collegano ai riti dionisiaci dell’antica Grecia o ai culti legati alla fertilità della terra, mentre altri vi vedono tracce di tradizioni nuragiche e riti tribali pre-romani, legati alla celebrazione del solstizio d’inverno e alla transizione tra le stagioni. Una delle teorie più affascinanti è che queste maschere rappresentino antiche divinità pagane o spiriti della natura, invocati per proteggere la comunità e garantire raccolti abbondanti.
Ciò che è certo è che il Carnevale sardo non è solo una festa, ma un vero e proprio rito collettivo in cui il passato rivive attraverso suoni, danze e gesti codificati, mentre le maschere tradizionali, vestite con costumi realizzati con pelli di animali, tessuti grezzi e maschere di legno intagliate a mano, incarnano perfettamente, talvolta anche in chiave grottesca, il rapporto uomo-natura, da sempre alla base della civiltà agropastorale sarda. Ad accompagnare le sfilate dei personaggi della tradizione carnevalesca sarda, il suono cupo e ipnotico di campanacci e strumenti antichi, in grado di evocare un mondo misterioso e a molti sconosciuto. Un universo tanto affascinante da spingere, ancora oggi, numerosi studiosi e associazioni folkloristiche a intraprendere nuovi studi per riscoprire e valorizzare queste maschere di Carnevale storiche, a volte dimenticate, che raccontano storie di un passato che continua a stimolare curiosità e interesse.
Maschere di Carnevale tradizionali: un viaggio nel cuore più autentico della cultura e della società sarda
Il Carnevale sardo è un viaggio nell’anima più autentica dell’isola, dove le maschere tradizionali incarnano miti e rituali antichi che raccontano storie di purificazione e rinascita, legando l’uomo alla natura e alle sue forze misteriose, in un’affascinante espressione di cultura e spiritualità.
Ogni paesino, zona e città della Sardegna ha il suo Carnevale unico, con tradizioni e costumi che riflettono la storia, la cultura e le usanze di quella specifica comunità. Ecco una carrellata delle maschere di Carnevale tradizionali che meglio incarnano l’incredibile varietà di rituali, leggende e costumi presenti sull’Isola.
Mamuthones e Issohadores (Mamoiada)
Il mito della lotta del male contro il bene è quella rappresentata ogni anno dai Mamuthones e dagli Issohadores, due delle figure più misteriose e affascinanti del Carnevale isolano, che da secoli animano le strade di Mamoiada, nel cuore della Barbagia. Una danza solenne che rappresenta la contrapposizione tra forze oscure e luminose, tra morte e rinascita: da una parte, gli enigmatici Mamuthones che, come suggerisce il nome -che sembrerebbe derivare dal greco melaneimones, “facce nere”, un appellativo che i sardi attribuivano ai Fenici- portano una maschera di legno scuro (visera) dal volto severo e impenetrabile, incorniciato da una spessa pelle di pecora nera (mastruca) che avvolge tutto il corpo, mentre sulla schiena portano una pesante serie di campanacci (carriga), che risuonano a ogni passo, lento e cadenzato.
Portatori di luce e abbondanza, gli Issohadores si muovono invece con agilità e leggerezza, indossando maschere bianche, un elegante corpetto rosso (curittu), camicia e pantaloni bianchi, una bandoliera di campanellini di bronzo (sonajolos) e ghette in orbace (cartzas). La loro figura rappresenta la luce e la purezza, il principio positivo che bilancia le forze oscure dei Mamuthones. Gli Issohadores, con movimenti rapidi e precisi, brandiscono una fune di giunco con cui “catturano” giovani e autorità locali, un gesto di buon auspicio per l’anno nuovo.
La loro esibizione segue una coreografia ben definita: i Mamuthones marciano in fila, in silenzio e con un incedere pesante, mentre gli Issohadores li circondano, spezzando la rigidità della processione con movimenti leggeri e dinamici. Questo rito arcaico è molto più di una semplice rappresentazione folkloristica: è una danza rituale che simboleggia il duello eterno tra bene e male, tra oscurità e luce, tra inverno e primavera, culminando con la vittoria della vita e la speranza di un futuro prospero.
Boes e Merdules (Ottana)
Nel cuore della Barbagia, ad Ottana, si svolge uno dei Carnevali più antichi e misteriosi della Sardegna, dove la danza arcaica dei Boes e Merdules mette in scena il contrasto eterno tra l’istinto selvaggio e la ragione umana.
I Boes, con le loro maschere di legno intagliato, dai tratti spigolosi e zoomorfi, l’ampio mantello fatto di pelli di capra e le grandi corna che svettano minacciose verso il cielo, evocano la potenza primitiva della natura, la forza bruta degli animali, la parte istintiva e indomabile dell’uomo. Al loro fianco si muovono i Merdules, figure dal volto segnato dal tempo, che indossano abiti tradizionali in orbace e maschere di legno o pelle, simboleggiando i pastori, coloro che cercano di dominare e governare le energie selvagge.
Anche in questo caso, la loro processione comprende una danza rituale dal forte valore simbolico: i Merdules tentano di addomesticare i Boes, che si ribellano con movimenti furiosi e scatti improvvisi, simulando un combattimento tra la civiltà e la forza primitiva della natura. Questo conflitto non è mai definitivo: l’ordine può prevalere, ma l’energia caotica degli animali non è mai del tutto sottomessa.
Thurpos (Orotelli)
Nel cuore di Orotelli, piccolo borgo della provincia di Nuoro, prende vita uno dei riti carnevaleschi più suggestivi e arcaici della Sardegna: la sfilata dei Thurpos, “gli storpi che rievocano con forza primitiva la dura esistenza agro-pastorale dell’isola.
I loro volti, anneriti dalla fuliggine, emergono da pesanti cappotti di orbace, il ruvido tessuto della tradizione sarda. Sulle spalle, il suono sordo dei campanacci accompagna ogni passo, mentre il loro incedere richiama un’antica lotta tra uomo e natura, tra il bisogno di domare le forze selvagge e l’inevitabile resa ai cicli della terra. Il loro movimento, cadenzato e ipnotico, è un’eco di tempi lontani, in cui la fatica e il sacrificio segnavano il destino di ogni giorno. Inoltre, come molte maschere tradizionali di Carnevale, anche i Thurpos non parlano: il loro messaggio è affidato ai gesti, ai movimenti lenti e ripetitivi, al ritmo ancestrale dei campanacci, in una danza che racconta la memoria collettiva di un popolo, ancora oggi profondamente legato alla propria storia e alle proprie tradizioni.
Durante la sfilata carnevalesca, i Thurpos si suddividono in tre gruppi, ciascuno con un ruolo preciso che rievoca il legame profondo tra l’uomo, gli animali e la terra. I pastori, avvolti in pesanti mantelli di orbace, guidano i buoi con corde e bastoni, incarnando la volontà dell’uomo di dominare la natura e piegarla ai propri bisogni. I buoi (sos boes), rappresentati da Thurpos che si piegano sulle ginocchia e si lasciano condurre con corde strette al collo, simboleggiano la fatica e il sacrificio dell’uomo legato alla terra, il lavoro incessante che sostiene la civiltà.
A chiudere il corteo ci sono poi i fabbri (sos ferratzos), figure potenti che battono il suolo con martelli e incudini portatili, rievocando il mestiere di chi, un tempo, ferrava i buoi, un’attività essenziale per la vita rurale della Sardegna. Il suono dei colpi di martello risuona nell’aria, quasi fosse un antico battito primordiale che scandisce il ritmo della vita e del lavoro, trasformando la sfilata in un rito collettivo di memoria e appartenenza.
Battileddu (Lula)
Nel suggestivo Carnevale di Lula, piccolo centro nel Nuorese, spicca la figura di Su Battileddu, una delle maschere di Carnevale più affascinanti, e per certi versi inquietanti, del patrimonio folkloristico isolano. Lo stesso termine Battileddu deriva infatti dal sardo battile, che significa “cosa inutile” o “straccio”, indicando simbolicamente una vittima sacrificale.
Durante i festeggiamenti, la figura del Su Battileddu viene coperto da pelli di pecora o montone, il volto è annerito dalla fuliggine e, addirittura, macchiato di sangue, mentre sul capo porta un fazzoletto nero femminile e un copricapo con corna caprine, bovine o di cervo, tra le quali è fissato uno stomaco di capra (sa ‘entre ortata). Sul petto fanno bella mostra di sé dei grandi campanacci (marrazzos) e sulla pancia uno stomaco di bue pieno di sangue e acqua (su chentu puzone), che viene periodicamente perforato per spargere il contenuto a terra, in un gesto simbolico di fertilizzazione dei campi.
Intorno a questo spaventoso uomo-animale si muovono altre maschere dal volto annerito, vestite di nero, che lo aggrediscono ripetutamente fino a “ucciderlo”. Successivamente, il corpo di Su Battileddu viene posto su un carro e portato in processione per le vie del paese.
Al termine della sfilata, egli “risorge”, simboleggiando la ciclicità della vita e il rinnovamento della natura. Un rito che celebra il trionfo della vita sulla morte, in una mescolanza di simbolismo ancestrale e tradizioni tipicamente sarde, che ancora oggi affascina e coinvolge chi ha il privilegio di assistere alla straordinaria festa di questo piccolo paesino di poco più di mille anime dell’entroterra isolano.
La Ratantira e Cancioffali (Cagliari)
Il Carnevale di Cagliari è una delle celebrazioni più vivaci e ironiche della Sardegna, un vero e proprio spaccato di tradizione che affonda le radici in secoli di storia. Ogni anno, il corteo carnevalesco -la Ratantira– prende vita nelle vie dei quartieri storici del capoluogo sardo, animato da una serie di personaggi tipici che evocano la vita nella città del Sole di un tempo, con il suo spirito goliardico e le sue tradizioni popolari.
Tra le maschere più caratteristiche troviamo su caddemis, il mendicante che rappresenta la miseria e l’ingegno dei cagliaritani, sa panettera, la panettiera pettegola che in modo ironico racconta le vicende del quartiere, e sa fiùda, la vedova inconsolabile, che simboleggia la tristezza e la disperazione. A far da apripista a questa sfilata è su Banditori, il banditore, che intona la celebre filastrocca cagliaritana: “Càmbara, Càmbara, Càmbara e maccioni, pisciurrè, sparedda e mummungioni!”. Un vero e proprio inno al mare e ai suoi frutti, che accompagna il corteo mentre attraversa le strade cittadine.
Il momento culminante dei festeggiamenti è però senza dubbio il giorno della Pentolaccia, durante il quale la statua in cartapesta di Cancioffali (o Re Giorgio, una divinità pagana adorata fin dai tempi pre-romani per propiziare un raccolto abbondante) viene bruciata tra risate, scherzi e schiamazzi. Un atto simbolico che rappresenta la purificazione, la fine del vecchio e l’inizio di un nuovo ciclo, proprio come accade con la rinascita della natura in primavera.
In altre parole, il Carnevale di Cagliari è un mix di tradizione, allegria e satira, che permette a tutti di partecipare, festeggiare e riflettere sulle vicende della vita quotidiana attraverso la lente dell’ironia e della parodia. Un’occasione imperdibile per chi desidera scoprire l’autenticità e l’energia di una delle feste più sentite della Sardegna.
“Il Carnevale in famiglia” di Palazzo Doglio, eleganza, creatività e tradizione
Luogo ideale dove soggiornare per immergersi nell’affascinante mondo delle maschere carnevale in Sardegna è Palazzo Doglio, il primo e unico urban resort dell’Isola, immerso nel cuore pulsante di Cagliari, a pochi passi da alcuni dei luoghi simbolo della città, tra cui la meravigliosa Spiaggia del Poetto, la ricca collezione d’arte della Pinacoteca di Cagliari, e l’iconico Bastione di Remy, da cui godere di una magnifica vista a 360° sui tetti colorati dei quartieri di Castello e Marina.
Un meraviglioso hotel dal lusso accessibile dove il classicismo degli interni si sposa con la magia e il fascino della cultura sarda, il tutto arricchito da servizi d’avanguardia, inclusi gli esclusivi trattamenti rilassanti e rigeneranti offerti dalla rinomata Doglio Club Mindfulness Spa, offrendo un porto sicuro dove ricaricare le pile dopo una lunga giornata trascorsa ad ammirare le suggestive maschere di Carnevale e a esplorare le innumerevoli meraviglie naturali dell’Isola. A completare l’esperienza, l’Osteria del Forte dell’executive chef Alessandro Cocco, vero e proprio “tempio del gusto moderno”, recentemente insignita del titolo di “ristorante rivelazione dell’anno” agliItalia Food and Travel Awards 2024, tenutisi lo scorso ottobre nella vicina località costiera di Santa Margherita di Pula. Qui, il meglio della tradizione gastronomica italiana si sposa con ingredienti locali d’eccellenza per un viaggio sensoriale che rievoca i sapori autentici della Sardegna.
Da non perdere sono poi anche i due attesissimi appuntamenti con il “Carnevale in famiglia” di Palazzo Doglio, previsti per le giornate di Giovedì Grasso (27 febbraio) e Martedì Grasso (4 marzo), pensati per offrire a genitori e bambini un’esperienza coinvolgente e unica, tra tradizione, creatività e divertimento. Un viaggio alla scoperta del Carnevale cagliaritano attraverso tour guidati interattivi, laboratori artistici per realizzare maschere originali e momenti di festa, per immergersi appieno nella magia di questa antica celebrazione.
Qui il programma completo delle due giornate del “Carnevale in famiglia” di Palazzo Doglio:
Giovedì Grasso – 27 febbraio | 16:30 – 19:00
Il “Carnevale in famiglia” di Palazzo Doglio si apre il Giovedì Grasso, che quest’anno cade il 27 febbraio, con il “Carnival Tour”, un viaggio straordinario alla scoperta del Carnevale cagliaritano, pensato per i bambini dai sei ai dieci anni. Accompagnati da un personaggio mascherato (una guida turistica esperta), grandi e piccoli avranno la preziosa opportunità di esplorare le tradizioni del Carrasegare sardo e il suo legame con il mare, attraverso racconti, giochi e attività interattive. A precedere la sfilata, il “Cambara cambara, cambara e maccioni!”, un percorso coinvolgente che porterà i partecipanti a scoprire personaggi storici e curiosità sul Carnevale, rendendo la narrazione ancora più dinamica e immersiva. Chiudono in bellezza il pomeriggio il Carnival Kids Bar con merenda e festa per i bambini, e un delizioso aperitivo con musica presso l’elegante.American Bar per i loro genitori.
Martedì Grasso – 4 marzo | 16:30 – 19:00
Il 4 marzo, giorno di Martedì Grasso, è invece dedicato al Mask Craft Lab, un laboratorio creativo dedicato alle famiglie con bambini dai quattro agli otto anni di età, dove la magia del Carnevale prende forma. Attorno a un grande tavolo, grandi e piccini lavoreranno insieme per realizzare maschere artistiche, trasformando materiali e colori in autentiche opere d’arte ispirate alla tradizione carnevalesca. Un’occasione unica per condividere momenti indimenticabili di creatività e fantasia. A seguire, ancora una volta, il Carnival Kids Bar con merenda e festa per i bambini e l’appuntamento presso l’American Bar con aperitivo e musica per gli adulti.
I biglietti dell’iniziativa “Carnevale in famiglia” sono disponibili sul sito web di Palazzo Doglio (il consiglio è quello di affrettarsi poiché i posti sono limitati). Il costo per ogni bambino con genitore è di 30 euro e comprende tutte le attività, incluso l’aperitivo per adulti e la merenda con festa per i bambini. È inoltre possibile aggiungere partecipanti extra acquistando i voucher aggiuntivi al costo di 18 euro per adulto e 12 euro per bambino.
Per maggiori informazioni sul “Carnevale in famiglia” di Palazzo Doglio o per prenotare un soggiorno è possibile contattare il numero contattare il numero 07064 640 oppure scrivere una mail a info@palazzodoglio.com.
Vuoi immergerti nella magia del Carnevale sardo e trascorrere un soggiorno all’insegna dell’eleganza e dello charme? Scopri Palazzo Doglio a Cagliari


