Il 28 aprile, in memoria dell’insurrezione popolare del 1794, si celebra la “Giornata del popolo sardo”
Ancora oggi molto sentita, la Sa die de Sardigna è una festività che parla di riscatto sociale, orgoglio sardo, e amore incondizionato verso l’Isola, le sue tradizioni, e le sue bellezze.
Un popolo tenace e orgoglioso, quello sardo, che nonostante secoli di dominazione straniera ha sempre saputo mantenere viva la fiamma dell’amore per le sue tradizioni uniche, una mescolanza di sacro e profano inedita altrove, per il suo dialetto, uno dei più antichi parlati sulla Penisola, e per la sua storia, ricca e a tratti travagliata, che testimonia la particolare attrattiva esercitata da questo territorio sulle popolazioni straniere e che è in parte raccontata anche nella bandiera dei quattro mori.
Tutti, elementi che sono riusciti a resistere al passare del tempo e hanno contribuito in modo preponderante alla costruzione della cultura e dell’identità isolana, ancora oggi celebrata con orgoglio in occasione del Sa Die De Sardigna (in sassarese La dì di la Sardhigna, in gallurese La dì di la Saldigna, in algherese lo dia de la Sardenya), festività istituita dal Consiglio regionale della Sardegna nel settembre 1993 in memoria dei cosiddetti “Vespri Sardi” del 28 aprile 1794, uno dei moti rivoluzionari più importanti -se non il più importante- che ha interessato l’Isola e che ha contribuito, in definitiva, alla liberazione del territorio dai funzionari piemontesi.
Un evento forse poco noto a chi proviene da fuori l’Isola, ma mai dimenticato da chi invece ci vive. Una commemorazione che trascende la dimensione prettamente politica per entrare nell’immaginario collettivo, ergendosi a testimonianza della resilienza, della passione e della determinazione della popolazione locale, un momento di riscatto e liberazione spirituale oltre -e forse anche più- che materiale.
I vespri sardi, l’orgoglio e la tenacia dietro alla rivoluzione
Tra le pagine più significative della storia sarda non può che esserci la cacciata dei Piemontesi dal territorio isolano, che al tempo governavano, in seguito al loro rifiuto di rispondere alle richieste di maggior autonomia avanzate dalla Nazione sarda (in particolare, i Sardi chiedevano che fossero loro riservate gran parte degli impieghi civili e militari e, più in generale, più libertà rispetto alle decisioni della classe dirigente locale).
Istanze giustificate anche dal fatto che soltanto l’anno precedente la popolazione era riuscita a respingere con successo il tentativo di invasione da parte dell’esercito francese guidato da un allora giovane Napoleone Bonaparte (tracce dello scontro sono ancora oggi visibilisul muro di Palazzo Boyl, nel quartiere di Castello, dove alcune palle di cannone sono rimaste lì in memoria della battaglia), contribuendo a quel sentimento di rivalsa che risultò alla lunga decisivo nella decisione di ribellarsi alla Corona sabauda.
Un sentimento tanto diffuso quanto profondo, a cui certamente non giovarono le vessazioni e gli sbeffeggiamenti dei piemontesi a cui i sardi venivano sottoposti quotidianamente. Negli atti degli Stamenti (ovvero le componenti del parlamento del Regno di Sardegna) possiamo infatti leggere che la popolazione nativa era abitualmente soggetta «agli insulti e ai motteggi dei piemontesi […] molti dei piemontesi lanciavano di continuo contro i sardi dei tratti satirici, e ne parlavano con disprezzo anche in pubblico, tacciandoli di stolidezza e ignoranza, ormai passata in proverbio […] dileggiamenti e canzoni, con cui i piemontesi con maggiore ardire e sfrontatezza insultavano alla nazione sarda»
Ecco che il 28 aprile 1794, data nota anche come Sa dì de s’acciappa (letteralmente “il giorno della cattura”), la popolazione inferocita allontanò dalla città tutti i 514 funzionari continentali, compreso il viceré Balbiano, che nel mese di maggio di quell’anno furono imbarcati con la forza e cacciati via dall’Isola. Un moto rivoluzionario che da Cagliari si diffuse poi per tutta l’Isola e portò la Sardegna a essere il primo territorio europeo a imitare in maniera indipendente e con successo l’esempio della rivoluzione francese.
Nonostante di lì a pochi anni l’esperimento rivoluzionario sardo sarebbe giunto al termine, con l’instaurazione di un nuovo vicerè nel 1796, a cui seguì un periodo di restaurazione aristocratica e monarchica, culminato nella cosiddetta “Fusione perfetta” del 1847, i vespri sardi rappresentarono un evento epocale, almeno per il particolare contesto storico e geografico in cui questi sono collocati, nonchè un momento decisivo nella costruzione dell’identità e dello spirito di appartenenza all’Isola.
Una terra che da sempre -in primo luogo per via della sua posizione strategica nel cuore pulsante del Mediterraneo- ha visto il susseguirsi di dominazioni da parte di vari popoli (non a caso il famoso archeologo sardo Giovanni Lilliu parlava della “costante resistenziale sarda”, ovvero la lotta continua che la popolazione locale ha dovuto affrontare contro invasioni esterne), dai quali non si è però mai fatta conquistare completamente, se non da un punto di vista territoriale, mantenendo sempre una sua identità distinta, ma non per questo mancando di assimilare elementi e tradizioni dalle culture con cui è entrata in contatto, in primis quella fenicia, poi romana, aragonese e sabauda.
Vivere la Sa die de sa Sardigna a Palazzo Doglio
Ancora oggi, Sa die de sa Sardigna è, assieme alla Festa di Sant’Efisio, il Santo che salvò Cagliari dalla peste, una delle ricorrenze più sentite dalla popolazione sarda, tanto da essere ricordata e celebrata con manifestazioni ed eventi.in diverse località dell’Isola.
Per prendere parte a queste celebrazioni e immergersi nell’atmosfera unica e gioiosa che circonda la “Giornata della Sardegna”, perché non prenotare un soggiorno esclusivo presso il prestigioso Palazzo Doglio, hotel a 5 stelle dal lusso accessibile situato in via Logudoro, nel cuore di Cagliari, perfetto per raggiungere comodamente a piedi tutte le principali attrazioni del capoluogo sardo, tra cui il Bastione di Saint Remy, il Castello di San Michele e la spiaggia del Poetto.
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